Alcuni aspetti geomorfologici dell’eruzione etnea del 1971

Introduzione

L’eruzione etnea del 1971 (5 aprile – 12 giugno), studiata da Rittmann et al. (1971, 1973) e da Romano & Sturiale (1973), è stata caratterizzata dall’apertura di 11 punti d’emissione di lava, i primi quattro ubicati intorno alla base del cono del Cratere Centrale, altri cinque lungo la parete nord-occidentale della Valle del Bove, le ultime due in Contrada Serracozzo, sul medio fianco orientale dell’edificio vulcanico, a 1850 metri di quota.

Inquadramento geologico-strutturale dell’edificio vulcanico etneo

Il bacino del Mediterraneo centrale, nel quale si inserisce la Sicilia, è caratterizzato da differenti domini strutturali, la cui genesi è da inquadrare nel contesto collisionale tra la Placca Africana e la Placca Europea: le due masse continentali si scontrano e si saldano tra loro originando l’Orogene Appenninico – Maghrebide, una catena corrugata che forma la Dorsale Appenninica e, attraversando l’Arco Calabro, la Sicilia e lo Stretto di Sicilia, prosegue lungo le coste nord-africane del Maghreb.

L’edificio vulcanico sorge al limite tra diversi domini strutturali della Sicilia orientale, dove la Crosta oceanica ionica e la crosta continentale dell’Avampaese Ibleo si inflettono sotto al fronte dell’Orogene Appenninico-Maghrebide (Finetti et al., 1996).

L’Etna, con la sua altitudine di poco superiore ai 3.300 metri e col diametro massimo di 44 chilometri, è il maggiore vulcano attivo del continente europeo, nonché la montagna più alta dell’Italia peninsulare e insulare.

Esso è uno strato-vulcano complesso, risultante dalla sovrapposizione dei prodotti vulcanici emessi da numerosi apparati eruttivi attivi in diversi periodi, poggianti su un basamento in parte alloctono, formato da rocce di età compresa tra il Cretaceo ed il Pleistocene (Cristofolini et al., 1979; Romano et al., 1979; Lentini, 1982; Branca et al., 2011; 2015 e relative bibliografie).

Sulla base di datazioni radiometriche del rapporto K/Ar, sono stati distinti quattro periodi di attività, intervallati da periodi di quiescenza (Gillot et al., 1994): il Primo periodo (da 520.000 ± 40.000 a 270.000 anni fa) è stato caratterizzato da emissioni di prodotti tholeiitici attraverso fessure eruttive; il Secondo periodo (da 168.000 ± 8.000 a 100.000 anni fa) è evidenziato da un radicale cambiamento del tipo di attività (strato-vulcani al posto di fessure eruttive) e del chimismo dei prodotti, da sub-alcalini ad alcalini; durante il Terzo periodo (tra 80.000 e 60.000 anni fa) si formò un grande complesso vulcanico poligenico, chiamato Trifoglietto; il Quarto periodo (da 35.000 anni fa ad oggi) corrisponde allo sviluppo di un grande strato-vulcano, il Mongibello; un’importante fase, caratterizzata da eruzioni pliniane ed esplosioni idromagmatiche, permette di suddividere questo periodo in due parti, relative a due edifici: Mongibello Antico e Mongibello Recente; il contatto tra il più recente ed il sottostante è rimarcato da un orlo di caldera, visibile in alcuni tratti del versante settentrionale dell’edificio.

Cronaca dell’eruzione e ricostruzione del meccanismo eruttivo (secondo Rittmann et al., 1971).

L’eruzione etnea del 1971 ebbe inizio nel pomeriggio del 5 aprile, senza che venisse avvertita alcuna scossa sismica premonitrice. Essa è stata caratterizzata dall’apertura di 11 bocche d’emissione, con distribuzione spazio-temporale da occidente ad oriente, e da quote maggiori a quote sempre più basse.

Le prime quattro bocche si aprirono alla base del cono del Cratere Centrale; seguirono altre cinque bocche ubicate sulla la parete nord-occidentale della Valle del Bove; infine, le ultime due si aprirono in Contrada Serracozzo, sul medio fianco orientale dell’edificio vulcanico, a 1850 metri di quota (Fig. 1).

Per spiegare il complicato meccanismo di questa eruzione, gli Autori citati hanno ipotizzato che il magma, ricco in gas, risalendo lungo il condotto eruttivo principale, e non riuscendo a vincere la resistenza dovuta ad un’ostruzione esistente nella parte più alta del condotto, formata da materiali piroclastici e lave consolidate, si sia introdotto lungo una zona di debolezza di forma imbutiforme, venutasi a formare tra le pareti della parte superiore del Cratere Centrale e il materiale ostruente: seguendo le vie che opponevano minore resistenza, il magma sarebbe penetrato lungo le pareti interne del cono centrale, attraverso fratture radiali.

In un secondo momento il magma si sarebbe incanalato in una delle fratture regionali con direzione ENE-WSW che intersecano l’edificio vulcanico e il suo basamento, e sarebbe uscito in vari punti lungo la parete della Valle del Bove; gli autori citati ritengono inoltre che il magma abbia incontrato il dicco formatosi durante l’eruzione del 1928 e che sia stato deviato da questo, e, seguendo la via con minore resistenza, sia penetrato in una discontinuità stratigrafica dell’edificio vulcanico, formando un dicco strato-mantello; la lava quindi venne alla luce da due bocche in Contrada Serracozzo.

I materiali emessi durante la prima fase hanno formato l’Apparato dell’Osservatorio (Fig. 1: 1) e l’Apparato del Vulcarolo (Fig. 1: 2), costituiti entrambi da piccoli coni piroclastici e baluardi di scorie.

Una colata lavica, emessa dalla bocca più meridionale dell’Apparato dell’Osservatorio, dopo aver lambito l’edificio dell’Osservatorio, scese per circa un chilometro verso Piano del Lago, e, scorrendo sulla neve che ancora copriva abbondantemente la parte superiore dell’edificio vulcanico (Fig. 2), provocò piccole esplosioni freato-magmatiche e colate di fango (Fig. 3) che, dopo aver percorso alcune centinaia di metri, congelavano formando caratteristiche morfologie digitiformi (Fig. 4).

Un’altra colata lavica, emessa dalla frattura dell’Apparato del Vulcarolo, si riversò nella Valle del Bove, raggiungendo nei giorni successivi il fianco meridionale dei Monti Centenari (Fig. 5).

Nei giorni successivi fu registrata una serie di variazioni dell’intensità dei fenomeni dell’Apparato dell’Osservatorio, mentre l’attività dell’Apparato del Vulcarolo presentava un andamento decrescente, fino a cessare del tutto il 16 aprile.

Il 22 aprile si verificò una recrudescenza dei fenomeni effusivi dall’Apparato dell’Osservatorio e, contemporaneamente, all’apertura di tre nuove bocche, formanti l’Apparato Occidentale (Fig. 1: 3). Nei primi di maggio le colate emesse dall’Apparato dell’Osservatorio portarono alla completa distruzione dell’Osservatorio Vulcanologico e della stazione terminale della Funivia dell’Etna.

Il 4 maggio, in tarda serata, sul versante sud-orientale del cono dei Crateri Terminali si aprì una nuova frattura, denominata Apparato Orientale (Fig. 1: 4); da qui una colata raggiunse in breve tempo il versante settentrionale dei Monti Centenari.

Il 7 e l’8 di maggio, già cessata ogni attività agli apparati più alti, si aprirono lungo la parete nord-occidentale della Valle del Bove 5 modeste fratture ubicate tra 2680 e 2300 metri (Fig. 1: 5, 6, 7 e 8), dalle quali furono emesse modeste colate.

Tra l’11 e il 12 dello stesso mese in Contrada Serracozzo si aprirono 2 fratture (Fig. 1: 9), che diedero luogo esclusivamente a fenomeni effusivi (Fig. 5); le colate giunsero fino a 600 metri di quota, lungo il vallone Cava Grande, dopo aver lambito la periferia settentrionale dell’abitato di Fornazzo, frazione del comune di Milo, interrompendo diverse importanti arterie di comunicazione.

Ormai affiorano solo piccole frazioni delle colate che scendevano lungo il versante settentrionale della Valle del Bove e le colate emesse dagli apparati di Contrada Serracozzo; tutte le altre sono state sepolte da prodotti emessi posteriormente al 1971 (Branca et al., 2011; 2015).

Figura 1 – Il teatro dell’eruzione (da Rittmann et al., 1973).
Figura 2 – Una colata di lava avanza lungo il Piano del Lago, provocando la fusione della neve e la conseguente formazione di colate di fango.
Figura 3 – Colate di fango causate dallo scioglimento della neve; in alto a sinistra si vedono il Piccolo Rifugio e alcuni tralicci della funivia, in seguito abbattuti dalle colate laviche; al centro dell’immagine si individua il punto in cui è giunta la colata lavica e il vapore causato dallo scioglimento della neve.

Figura 4 – Colate di fango precedono l’arrivo della colata lavica; a causa della bassa temperatura, l’acqua che le forma si raffredda velocemente, congelandosi.

Figura 5 – La colata lavica emessa dall’apparato del Vulcarolo scende nella Valle del Bove, lambendo il versante meridionale dei Monti Centenari.
Figura 6 – Le colate laviche emesse dalle bocche di Contrada Serracozzo; sulla destra della fotografia si nota l’inizio di un fenomeno di ingrottamento

Bibliografia citata

Branca S., Coltelli M. & Groppelli G. (2015) – Carta geologica del Vulcano Etna. Mem. Descr. Carta Geol. d’Italia, 98, 292 pp.

Branca S., Coltelli M., Groppelli G. & Lentini F. (2011) – Geological Map of Etna Volcano, 1:50,000 scale. INGV, ISPRA, CNR, Università di Catania.

Cristofolini R., Lentini F., Patanè G. & Rasà R. (1979) – Integrazione di dati geologici, geofisici e petrologici per la stesura di un profilo crostale in corrispondenza dell’Etna. Boll. Soc. Geol. It., 98, 239-247.

Finetti I., Lentini F., Carbone S., Catalano S. & Del Ben A. (1996) – Il sistema Appennino Meridionale – Arco Calabro – Sicilia nel Mediterraneo centrale: studio geologico-geofisico. Boll. Soc. Geol. It., 115, 529-559.

Gillot P.Y., Kieffer G. & Romano R. (1994) – The evolution of Mount Etna in the light of potassium-argon dating. Acta Vulcanologica, 5, 81-87.

Lentini F. (1982) – The geology of the Mt. Etna basement. Mem. Soc. Geol. It., 23, 7-25.

Rittmann A., Romano R. & Sturiale C. (1971) – L’eruzione etnea dell’aprile – giugno 1971. Att. Acc. Gioenia Sc. Nat., Catania, s. VII, 3, 29 pp.

Rittmann A., Romano R. & Sturiale C. (1973) – Some considerations on the 1971 Etna eruption and on the tectonophysics of the Mediterranean area. Geol. Rund., 62 (2), 418-430.

Romano R. (1982) – Succession of the volcanic activity in the Etnean region. Mem. Soc. Geol. It., 23, 27-48.

Romano R., Lentini F., Sturiale C., Amore C., Atzori P., Carter S.R., Cristofolini R., Di Geronimo I., Di Grande A., Duncan A.M., Ferrara V., Ghisetti F., Guest J.E., Hamill H., Patanè G., Pezzino A., Puglisi D., Schilirò F., Torre G. & Vezzani L. (1979) – Carta geologica del Monte Etna, scala 1:50.000, Litografia Artistica Cartografica, Firenze.

Romano R., & Sturiale C. (1973) – Some considerations on the magma of the 1971 eruption. Phil. Trans. R. Soc. Lond. A. 274, 37-43.